Da quando ho deciso di partecipare a questo viaggio – più o meno nell’ottobre del 2017 – ho temuto 14 ore di volo consecutivo…
Non ho ancora incontrato compagni di viaggio, e siamo soltanto a metà della tratta, sull’Oceano Indiano. È il tardo pomeriggio (ora locale), le 10 del mattino in Italia. È estenuante, claustrofobico… e così mi chiedo “Perché sono qui, perché mi sono sottoposta volontariamente a questo supplizio?”
Wombati.
Provo a rispondermi: “È necessario per dare una realtà al mondo, soprattutto per me che vivo con la testa costantemente nella carta stampata immersa nelle mie incessanti letture. Se è vero – come ha affermato qualcuno (Hegel?) – che il mondo esiste quando lo percepisci, quanto mai per me è necessario percepirlo… e così, viaggiando, posso affermare “Sì, esiste!”
La notte precedente italianamente parlando non ho dormito, pensieri un po’ strambi mi riempiono la testa. Cercando di sbrogliare questo groviglio, mi rimetto seduta con la mia musica nelle orecchie e poi mi dico con fatalismo tutto napoletano “Adda passà’a nuttata!” e chiudo gli occhi.
Diavolo della Tasmania.
Li riapro a Melbourne, ora locale 6:30 del 26 febbraio, ora italiana 20:30 del 25 febbraio. Sono proiettata nel futuro di mia figlia… mente confusa, membra intorpidite, ma cuore gioioso. Sono pronta a scoprire, percepire questo mondo nuovo!
Come spesso mi succede quando comunico a qualcuno il mio prossimo viaggio, mi viene chiesto “Perché proprio questa meta?” Quando un viaggio prende forma nella mente di qualcuno ci possono essere mille motivazioni. Le mie, quasi sempre, nascono dai libri di scuola o dalla lettura di qualche romanzo. Così è stato per la Muraglia cinese, per il Gange, per l’Amazzonia… e via dicendo.
Riflessi sul Pieman River.
Questa volta ho risposto: “La Tasmania l’ho sentita nominare quando studiavo zoologia, ormai qualche vita fa, dal momento che soltanto qui vive il diavolo della Tasmania; in un mondo in cui la globalizzazione è ormai sovrana, esiste un luogo unico: lo voglio conoscere”. Eccomi su questo aereo. Piero me ne ha data l’opportunità.
Più di recente, a viaggio già deciso, ho sentito nominare la Tasmania da Claudio Magris in L’infinito viaggiare in cui descrive un suo viaggio in Australia e visita anche quest’isola ne “Il grande sud”. L’autore narra la triste storia degli aborigeni del posto “estinti ufficialmente nel 1876 con la morte di Truganini, una donna che nel suo testamento si preoccupa di vietare che il suo corpo venisse esposto e studiato come quello di un animale preistorico”. Questa volontà purtroppo non è stata rispettata e suoi pochi resti avanzati allo scempio scientifico e turistico sono rientrati in terra di Tasmania solo nel 2002. Abbiamo poi incontrato un cippo in sua memoria sulla Bruny Island dove nacque.
Alzavola Grigia al Trowunna Wildlife Park.
La terribile vicenda degli aborigeni mi ha colpito molto e ho cercato di documentarmi per quanto possibile. Mi è venuto in aiuto il romanzo di Richard Flanagan Solo per desiderio regalatoci da Piero in preparazione del viaggio, abitudine bellissima. È un romanzo, ma i riferimenti storici sono quanto mai precisi.
Dato il mio stile di vita quotidiana da “single incallita e ormai più che matura” – come amo definirmi – mi dico continuamente che il viaggio non deve essere una fuga dalla monotonia della casa; deve essere la ricerca appassionata di una nuova esperienza dettata dal desiderio di conoscenza… ho scritto su una parete della mia cucina i celeberrimi versi danteschi ed è diventato un mio mantra “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir vertute e conoscenza”…
Mt Field National Park.
…E nel cercare di conoscere le vicende storiche di questo territorio e come sia nata la sua colonizzazione mi sono resa conto che mi è mancata la visita a Port Arthur, terribile luogo di deportazione. Sarebbe stata un’altra perla nera della mia collana di luoghi del dolore – la diga del Vajont, L’Aquila dopo il 2009, Yungay in Perù, il giardino di Nuova Delhi dove fu ucciso Gandhi, Auschwitz…
Port Arthur l’ho cercato e visto in fotografia, ma qual è la differenza tra vedere un luogo dal vero o vederlo in fotografia? Quest’ultima, a meno che non sia arte, è fredda, muta. Il luogo reale parla. Quello che io chiamo “lo spirito del luogo” si fa vivo e ti coinvolge quando ci sei, calpesti le sue pietre e respiri la sua aria.
Cradle Mountain National Park.
Ma torniamo a Melbourne: il cuore gioioso e la testa rintontita, sono in attesa di incontrare la maggior parte dei compagni di viaggio che sono arrivati qui una settimana prima. Sono distesa su di un sedile dell’aeroporto e mi addormento forse per pochi istanti quando un allegro vociare mi riporta alla realtà. Il gruppo si è formato, siamo in dodici, compreso Piero.
Il volo per Launceston, in Tasmania, durerà meno di due ore. Siedo al finestrino e posso osservare subito una notevole differenza tra l’isola e la terraferma. Quest’ultima, vista dall’alto, è rossastra, pochissimi alberi, i confini di Melbourne sembrano tracciati con il righello: tra le case e tutto il resto c’è una linea netta e precisa, quasi ci fossero lemura, che però sono invisibili. Case basse e poco colorate occupano densamente l’area loro destinata. L’isola, invece, è un mare di verde, appena punteggiata di casette. L’oceano che la circonda è azzurro intenso, quasi compatto, in continuità con i numerosi corsi d’acqua che attraversano la terra. E questo verde smeraldo, variamente sfumato e solcato da nastri azzurri, sarà il leitmotiv del nostro viaggio. La Tasmania sembra, e forse lo è, un’oasi naturalistica. Launceston ed Hobart – una al nord, l’altra al sud, la prima all’ inizio del nostro percorso, la seconda alla fine – sono gli unici due centri abitati che secondo i nostri standard sono degni di essere chiamati “città”. Gli altri agglomerati di case che abbiamo incontrato sono per lo più una strada diritta affiancata da filari di casette basse, raramente con un primo piano, quasi mai con due. In seconda o terza fila si intravede in genere un campanile. Queste “cittadine” cercano tutte una loro individualità: Sheffield nei murales che raccontano la storia del luogo, Railton town nelle siepi potate con arte, Derby perché centro di raccolta delle mountain bike e dei relativi biker… e la cosa mi ha fatto tenerezza anche se, o proprio perché, un po’ buffa.
Pellicani presso la Bay of Fires.
Quindici giorni saranno veramente pochi per dire di conoscere un luogo, ma sono moltissimi per chi non c’è mai stato. Quel che colpisce qui è l’omogeneità sia della gente del posto – anglosassoni del tipo americano: pelle chiara e straordinariamente grassi – sia dei turisti: cinesi, giapponesi… comunque con occhi a mandorla ed in fitti gruppi ciarlieri. In ogni caso, di gente se ne vede veramente poca se si esclude Hobart. Erano tutti concentrati lì, macchine e pedoni. Un traffico caotico ed inverosimile, gente per le strade a tutte le ore, il coloratissimo mercato del sabato mattina. “Meno male” mi sono detta, “i tasmaniani esistono…”
Il fascino di questa terra sono la flora e la fauna: infatti quelle native sono completamente diverse dalle nostre. Il viaggio si è andato snodando tra i Parchi – Ben Lommond Park, Cradle Mountain e Lake St Clair Park, Frecynet Park, South Bruny Park (per nominare i principali) – e le macchine fotografiche hanno lavorato alla grande.
Il Wallaby, piccolo canguro della Tasmania.
La vegetazione è ricca di essenze profumate e medicinali, un po’ come la nostra Macchia Mediterranea, ma i profumi sono completamente diversi anche se egualmente intensi. Le felci sono quasi arboree, non come in Nuova Zelanda, ma molto simili. Camminare in queste foreste dava una forte sensazione di trovarsi in un mondo primordiale nel quale, in ogni momento, avrebbe potuto spuntare un dinosauro.
Gli eucalipti qui – loro terra d’origine – sono di diverse specie, tra le quali quello chiamato “eucalipto della gomma”, i cui fiori sono l’emblema dello stato. Raggiungono altezze notevoli, più o meno 100 m, e sono considerate le piante con fiori tra le più alte del mondo.
Gabbiani nel delta del Pieman River.
E gli animali? I mammiferi indigeni sono tutti marsupiali: il diavolo della Tasmania, piccolo e nero e tanto desideroso di mostrare i denti appena ne ha l’occasione, i wombats, a metà strada tra un grosso roditore ed una marmotta ed egualmente simpatici e giocherelloni. I quolls, che visti da lontano sembrano innocui scoiattoli, sono invece più aggressivi dei diavoli. Ed infine i wallabies, canguri di taglia piccola, molto socievoli – hanno mangiato dalle mie mani! – e che hanno un comportamento simile ai cani. Nella grande familiarità con gli animali che ha caratterizzato questo splendido viaggio è stato persino esaudito il mio desiderio di vedere il cucciolo che fa capolino dal marsupio: la bestiolina era un po’ perplessa, rimasta con una zampina penzoloni, mentre la mamma balzava allegramente incurante da una parte all’altra, facendo leva sulla coda!
Sempre mammiferi – non marsupiali ma monotremi, cioè che fanno le uova ed allattano i piccoli – troviamo animali stranissimi ma già tipici della terraferma australiana: l’ornitorinco, con il becco e le zampe da oca, e l’echidna, simile ad un incrocio tra l’istrice ed il riccio delle nostre parti. Proprio l’echidna è stato una vera rivelazione: abbiamo avuto un incontro ravvicinato con due di loro alla Platibus House di Beauty Point, alla foce del Tamar River, sulla costa settentrionale della Tasmania. Erano liberi di circolare nell’ambiente a loro dedicato e nel quale anche noi potevamo entrare. Particolarmente socievoli, gironzolavano come gatti di casa, infilandosi tra i nostri piedi, per cui bisognava stare attenti a non calpestarli e, viceversa, non farsi male con le loro spine. Quando è stato dato loro un ciotolino con il cibo preferito – un miscuglio di larve di insetti, farina ed acqua – hanno tirato fuori una lunga lingua bluastra che, arricciandosi ad uncino, ha ripulito rapidamente il recipiente. È stato un vero spasso stare a guardarli nel loro misto di atteggiamento familiare e stranezza aliena!
Il Quoll Orientale, ormai estinto in Australia, è diffuso solo in Tasmania.
Gli uccelli erano tanti e variopinti ma, ahimè, non conosco i nomi, a parte i pinguini nani blu: piccoli, cicciottelli e graziosi come giocattolini.
Anche i pesci non sono mancati. Durante un’uscita in barca intorno alla penisola di Freycenet, sulla costa orientale, abbiamo incontrato numerosissimi delfini che sfidavano la nostra imbarcazione in una folle e allegra corsa. Li ho visti tante volte nei miei viaggi, ma è sempre e comunque uno spettacolo straordinario. L’incontro ‘acquatico’ più inaspettato e non programmato è stato quello al Seahorse World, sempre al Beauty Point: tantissimi cavallucci marini di differenti specie ed età che vengono allevati fino a determinate dimensioni e poi liberati in mare o dati ad acquari in varie parti del mondo. Sono rimasti nella mia memoria soprattutto alcuni, di un bell’arancio dorato, grandi come il palmo di una mano e con pinne dorsali simili a sciarpe velate!
Possum Pigmeo della Tasmania.
Non abbiamo passeggiato solo nel verde del Bush, ma anche lungo le coste, a volte arrivandoci con un battello e allora, a seconda della luminosità del giorno, il verde smeraldo ha lasciato il posto alle sfumature dal bianco più abbagliante di alcune spiagge al grigio argentato… Abbiamo infatti percorso, imbarcati su Arcadia II – datato 1939! – il Piemen River partendo da Corinna ed arrivando fino al mare. Siamo sulla costa occidentale, Corinna è un insieme di bungalows la cui origine risale ad un insediamento di minatori più o meno di fine ’800. Esaurita la miniera d’oro, il centro abitato è stato abbandonato e solo recentemente trasformato in un luogo unico dove regna sovrana la Natura: acqua piovana, corrente elettrica prodotta da pannelli solari, niente telefono, radio, tv e wifi, solo foresta primaria, silenzio, stelle ed animali selvatici. Alla foce del fiume, in un tempo un po’ grigio, ci siamo trovati di fronte ad una spiaggia bianca finissima piena di impronte di wallabies e forse di diavoletti. Sicuramente c’erano tanti gabbiani interessati alla nostra merenda ed un mare di tronchi grigio argento semisepolti dalla sabbia e dalle conchiglie… mi fermo perché non riesco a trovare le parole che possano rendere l’incanto del luogo… sicuramente una delle splendide foto di Piero potrebbe aiutare.
Coppia di Beccaccia di Mare Fuligginosa.
Le ore più intense e dense di emozioni sono state quelle trascorse a cena da Grag e Janine, nostre guide locali. Per arrivare nella loro terra abbiamo attraversato il bosco, a tratti foresta primaria: eucalipti altissimi e dritti come fusi, felci talmente sviluppate da raggiungere i 3 m, luce verde a tratti scintillante, a tratti cupa, odore di muschio, silenzio. Anche i nostri passi erano ovattati per il denso spessore del sottobosco. E poi, dopo aver attraversato un ruscello, siamo arrivati in una vasta e luminosa radura. In fondo, una bassa casetta in legno e sul davanti due figurine immobili. Avvicinandoci, ci rendiamo conto che sono due canguri con il muso rivolto nella nostra direzione. Quando ci fermiamo si avvicinano alla macchina di Grag come due cani che festeggiano l’arrivo del padrone e lui li accarezza sul muso… Una scena bella e familiare anche se siamo lontani migliaia di miglia da casa. I nostri ospiti ci hanno preparato una gustosissima cena a base di carne di wallaby e salmone con tanto buon vino prodotto in Tasmania. Con il fuoco acceso, allegri e rilassati, abbiamo assistito ad un tramonto da favola mentre lentamente wallabies, opossum, uccelli grossi come tacchini e perfino un feroce quoll, venivano avvicinandosi incuriositi da noi quanto noi da loro. È inutile dire che il cielo si è riempito di stelle in un modo straordinario – niente inquinamento luminoso né polveri o altro sospeso nell’aria… e mi è sembrato di riconoscere la costellazione di Orione, bassa sull’orizzonte in direzione nord-est. Possibile che abbia visto Orione nel cielo australe? Dovrò chiarire questo dubbio. Ma posso, a buon diritto, affermare che la sensazione di ‘familiarità’ sia a quel punto salita alle stelle! Ed è questa sensazione che, quando l’avvertiamo, rende il mondo piccolo e comprensibile anche se i volti hanno profili diversi dai nostri e non c’è una lingua comune per comunicare.
Proprio a proposito della lingua, venendo da queste parti ero sicura che non avrei avuto problemi di sorta. “Parlano inglese” – mi sono detta. Ahi ahi, quanta superficialità nelle mie parole. L’inglese di qui è del tutto incomprensibile per noi, l’accento ed il ritmo sono completamente diversi da ciò che avevo sentito in precedenza, le parole sono pronunciate a metà e velocemente. Tutti sono cordiali e cercano di farsi capire ripetendo… ma ahimè, usando sempre le medesime parole e la medesima velocità…
Colonia di Otaria Orsina del Capo presso Bruny Island.
Sicuramente nel cercare di raccontare questa mia nuova esperienza ho dimenticato molto, ma i luoghi, le persone incontrate, gli animali e le piante si sono addensati nella mia memoria e, se cerco di richiamarli ad una forma cosciente, emerge solo un esaltante vortice di colori e profumi in cui, almeno per ora, mi oriento con difficoltà. Dovrò aspettare che il tempo, sempre galantuomo, metta un po’ di ordine?
Forse questo vortice multicolore era uno dei tanti sogni del viaggio di ritorno… Una volta a Malpensa, ritirati i bagagli, il gruppo si disperde. Come sempre, nel salutarci, promettiamo di rivederci presto. Nell’ormai lunga esperienza di viaggi insieme ad altri, alcuni – molti – non li ho più rivisti, con altri, pochi, siamo diventati amici. Amicizia che, a sua volta, dopo un po’ è terminata, oppure, con grande arricchimento reciproco, continua ancora.
Sula Australiana nel Freycinet National Park.
Resta comunque sempre la sensazione di aver trascorso giornate magiche in cui proprio l’essere in GRUPPO ha amplificato la bellezza di certe situazioni rendendole condivise. Un gruppo che ha funzionato a meraviglia, con coesione negli intenti da perseguire, nei discorsi affrontati, nel piacere provato.
Viaggiare, dunque, viaggiare sempre: una delle soluzioni più valide che, nei miei oltre settanta anni, sono riuscita, sempre cercando, a trovare.
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